Regione Lombardia

Capitolo II: I socialisti e la Conquista del Comune

Ultima modifica 5 aprile 2019

2.1 I socialisti a Erba

La vittoria ottenuta dai socialisti nelle elezioni amministrative del 1920, con la conseguente conquista del comune, se da un lato rappresentò il primo esperimento di un partito di massa alla guida della città, dall’altro fu il risultato di una serie di iniziative che il partito socialista intraprese in tutta la provincia di Como, seguendo quel modello organizzativo che già aveva dato i suoi frutti a partire dall’inizio del secolo nell’area centro-settentrionale dell’Italia, con particolare riferimento alla Toscana e all’Emilia. Con l’avvio dell’industrializzazione e dello sviluppo capitalistico, con l’esodo dalle campagne e i fenomeni di urbanizzazione, la separazione tra “tempo di lavoro” e “tempo libero” comportò la liberazione di energie e nuovi impulsi di protagonismo popolare, contadino e operaio1. Sedi d’incontro naturale dove avveniva inizialmente la circolazione del “discorso politico” erano i circoli vinicoli, all’interno dei quali il ceto popolare si confrontava sulle varie correnti di pensiero, dapprima democratiche e quindi internazionaliste e socialiste. Ad Erba numerose erano le “osterie” dove gli uomini amavano tirar tardi, ma due in particolare divennero il centro per i militanti socialisti della prima ora: lo spaccio in via Lambroncino e quello di piazza Fontana, entrambi gestiti dalla Cooperativa Famigliare di Consumo presieduta da Angelo Riva2. Prima ancora che venisse aperta la sezione del partito nel maggio del 1919 nei circoli vinicoli avveniva la propaganda per l’iscrizione alle leghe di mestiere che mirava a convincere gli operai dei vantaggi dell’associazionismo sindacale. Tra i protagonisti di queste iniziative di arruolamento dei lavoratori erbesi vi era Giuseppe Giussani, figura chiave del movimento socialista della città. Affacciatosi sulla scena politica locale già nel corso delle amministrative del ’14, con l’infelice esperienza del circolo popolare (formazione politica sciolta all’indomani della sconfitta elettorale), egli stabilì negli anni successivi diversi contatti con i circoli operai di Como all’interno dei quali conobbe alcuni esponenti della Federazione Nazionale Edile di Milano, di cui diventerà rappresentante per il mandamento di Erba e la Valassina. Muratore da più di vent’anni presso un’impresa erbese, il Giussani dimostrò ben presto la sua intraprendenza e dimestichezza con il linguaggio politico assistendo e partecipando con entusiasmo alle agitazioni operaie promosse nel dopoguerra. Nel gennaio del 1919 fondò la prima lega di mestiere del mandamento di Erba3, quella dei muratori, diventandone segretario. La carica gli permise di entrare in contatto con le figure più illustri del movimento sindacale lariano, ed in particolare con il prof. Carlo Pozzoni, segretario della Camera del Lavoro di Como. Con quest’ultimo il Giussani intraprenderà un sodalizio politico che farà del mandamento di Erba uno tra i più organizzati della provincia.
Nel corso del 1919 si costituirono altre tre leghe di mestiere: quella dei lavoratori tessili, quella dei metallurgici e quella dei mugnai, con un’adesione superiore alle stesse aspettative4. Del resto non erano tempi buoni per la classe operaia, colpita dal carovita e dall’abbassamento dei salari, e la via del sindacato sembrava ai più l’unica speranza per un’esistenza migliore. Con queste premesse, tra il 1920 e il 1921, nel mandamento di Erba tutte le categorie di lavoratori potevano vantare la propria associazione e, se sovente la loro attività fu sterile, in diversi casi si ottennero brillanti vittorie. L’esempio più evidente fu la trattativa infinita tra capomastri e muratori del “Pian d’Erba” che catalizzò l’attenzione della città per lunghi mesi.
All’epoca della costituzione della lega per opera del Giussani, i lavoratori edili di Erba e del suo circondario erano tra i meno pagati della provincia. Un muratore percepiva 1.10 lire all’ora, un apprendista 0,80 e un manovale 0.69. I garzoni dovevano accontentarsi di mezza lira per ogni ora di lavoro5. Nel mese di settembre del 1919 il Giussani decise che era venuto il momento di applicare ciò che in quegli anni aveva potuto apprendere dai “compagni” più esperti. Coadiuvato da un rappresentante della Federazione Nazionale Edile di Milano, egli, in qualità di segretario della locale lega dei Muratori, minacciando lo sciopero di tutta la categoria, trascinò al tavolo delle trattative i rappresentanti dei capomastri. Le mediazioni avvennero negli uffici mandamentali e a presiedere le sedute furono chiamati il sindaco Bassi e un rappresentante del prefetto. Dopo due settimane di contrattazioni, tra lo stupore generale, il Giussani riuscì a strappare un nuovo contratto che prevedeva l’aumento del 20% sulla paga oraria. Fu questa la prima vittoria sindacale registrata ad Erba. In seguito i lavoratori edili, sempre grazie all’opera del loro segretario, otterranno ulteriore modifiche dei rispettivi contratti nel giugno del 1920 (aumento del 40 % sulla retribuzione oraria) e nel settembre dello stesso anno (ulteriore aumento del 30 %). Sull’entusiasmo di questo precedente i segretari delle nuove leghe di mestiere del mandamento intrapresero numerose altre battaglie con il padronato per la revisione dei salari e la diminuzione dell’orario di lavoro. Non tutte ottennero i risultati sperati, ma le premesse per un movimento corporativo affermato ed efficiente erano state gettate.
Parallelamente alla crescita del fenomeno sindacale andava costituendosi nel centro urbano di Erba quella rete di istituzioni sulle quali si basava il sistema socialista di formazione culturale e partecipazione democratica, allargando il ventaglio delle occasioni di accesso alla politica da parte della classe proletaria8. Nel maggio del 1919 venne ufficialmente inaugurata la sezione locale del partito e alcuni mesi più tardi si costituì in uno degli spacci della Cooperativa Famigliare di Consumo la “Casa del Popolo”. Questa divenne presto il cuore della “civiltà” socialista di Erba. Essa fornì la sede ideale per le associazioni mutualistiche, sindacali e di partito, fu il fulcro del movimento operaio nonché centro di propaganda e opera ricreativa per il dopolavoro. Non a caso i rappresentanti dei popolari, con i parroci in testa, guardarono sempre con preoccupazione questo istituto che minava l’unità della vita parrocchiale per costituirsi a sua volta centro autonomo di vita associata. Le iniziative della Casa del Popolo spaziavano dall’organizzazione di feste, manifestazioni e comizi alle riunioni periodiche dei segretari delle leghe di mestiere, dalle sedute di dibattito politico con relatori “esterni” a convegni culturali sui temi più disparati. Il 19 giugno si costituì la “Sezione Giovanile Socialista”, fortemente voluta da uno tra i militanti più impegnati, il Torchio, con lo scopo di sviluppare l’idea del socialismo tra la gioventù erbese9, mentre il 20 febbraio 192110 venne posto l’ultimo tassello della rete di istituti creata dal PSI: anche Erba possedeva una propria Camera del Lavoro, collocata presso la Casa del Popolo. A presiederla fu chiamato il prof. Pozzoni, già segretario della Camera del lavoro di Como e poi responsabile per la stessa nel mandamento erbese. Per completare ulteriormente il sistema organizzativo della “civiltà” socialista non rimaneva che dotarsi di un organo di stampa ufficiale in grado di contribuire formalmente alla costruzione dell’identità di partito nei militanti e stimolarne il senso di appartenenza. La situazione della stampa ad Erba non era tuttavia delle migliori visto che l’unico settimanale cittadino, “L’Eco della Brianza”, di ispirazione democratica e liberale, venne pubblicato solo fino al 1919, anno in cui dovette chiudere i battenti per l’esiguità delle vendite e le ristrettezze economiche della casa produttrice. Creare ex novo un periodico locale di stampo socialista risultò essere un’impresa troppo ardua, cosicché si optò per un’alternativa meno impegnativa. Grazie alle conoscenze vantate dal Giussani in molti ambienti di sinistra di Como fu possibile stabilire una corrispondenza diretta con “Il Lavoratore Comasco”, organo di stampa ufficiale del partito per la provincia, con sede nel capoluogo. In questo modo, tramite il proprio corrispondente, il piccolo universo socialista erbese poteva leggere la cronaca cittadina da un punto di vista decisamente più vicino al proprio rispetto agli altri periodici. Nonostante il volume delle vendite del giornale nelle edicole cittadine rimanesse piuttosto scarso11, era comunque possibile trovarne sempre una copia alla Casa del Popolo o nella sezione del partito.
Con la corrispondenza sul “lavoratore” (così veniva chiamato il bisettimanale socialista) l’organizzazione della collettività socialista di Erba poteva dirsi completata. I “rossi” vantavano una varietà di istituti in grado di soddisfare le esigenze di tutta la comunità. Alla sezione del partito si discuteva essenzialmente di politica ed era la sede prediletta dei promotori del movimento e dei suoi dirigenti. Essa manteneva un aspetto istituzionale ed ufficiale ed era il simbolo stesso del partito. Più sobria e decisamente meno formale l’atmosfera alla Casa del Popolo all’interno della quale molti lavoratori, nei giorni in cui non si tenevano riunioni e conferenze, trovavano un circolo ricreativo in cui passare le serate ben diverso dalle osterie e dalle taverne che offriva il paese. I militanti delle varie leghe e gli appassionati di affari economici amavano fare tardi nelle sale della Camera del Lavoro dove si dibatteva per ore sulle più svariate tematiche legate al sistema produttivo. Infine i giovani, per la maggior parte figli di iscritti al partito, oltre a ricevere una prima infarinatura di dottrina politica trovavano nella “Sezione Giovanile Socialista” una valida alternativa per occupare il tempo libero. Con un’ organizzazione di questo tipo è presto spiegato il motivo per cui anche un piccolo comune come era quello di Erba nel 1920 avesse l’opportunità di sperimentare una forma di partecipazione politica assolutamente inusuale per quella realtà. Dopo anni di immobilità e di inesistenza di scontro politico il rinnovamento della lotta amministrativa alimentato dai socialisti riuscì ad innescare importanti fattori di dinamismo e di modernizzazione nella vita comunitaria di tutta la città, riscattando in poco più di due anni un’intera classe sociale, quella operaia, che fino ad allora non aveva avuto alcuna possibilità di accedere alla vita amministrativa del comune.

2.2 La politica sociale

All’epoca della presa del municipio da parte dei socialisti il termine “politica sociale” era pressoché sconosciuto alla maggior parte della popolazione. Il comune in questo senso aveva l’obbligo di muoversi in due direzioni: provvedere al ricovero in ospedale per i malati più poveri e inscrivere in bilancio uno stanziamento da destinarsi alle cure mediche gratuite per tutti coloro che non potevano permetterselo12. Una quota stabilita per legge in base al numero di abitanti era inoltre prevista per il patronato scolastico, organo predisposto per la gestione13 delle scuole pubbliche della città. A propria discrezione infine, e secondo le disponibilità economiche, i consigli comunali avevano facoltà di devolvere parte delle entrate agli istituti di beneficenza cittadini. Se ad un primo sguardo queste misure di assistenza possono apparire accettabili visto il contesto storico in cui vengono adottate, un’analisi più profonda ne rivela la pochezza e l’assoluta incapacità nel far fronte a situazioni che avrebbero richiesto ben altre attenzioni.
Il sistema che prevedeva il trasporto e la degenza degli infermi poveri a totale carico del comune era un sistema collaudato da tempo e funzionava discretamente. Come la maggioranza dei comuni situati nella parte orientale della provincia di Como anche Erba godeva del diritto al ricovero14 dei propri malati presso l’Ospedale Maggiore di Milano, essendo quella zona appartenuta un tempo al Ducato del capoluogo. La diaria giornaliera dell’ospedale e le spese di trasferimento dei pazienti erano un obbligo cui il comune doveva provvedere per legge, ma il criterio con cui i cittadini venivano considerati “poveri” era a totale discrezione del consiglio comunale, quindi della maggioranza politica che lo costituiva. Lo stesso discorso valeva per l’assistenza sanitaria gratuita offerta a quelle famiglie cui le ristrettezze economiche impedivano di far fronte persino alle cure più banali. Anche in questo caso l’elenco dei beneficiari veniva compilato su proposta della giunta coadiuvata saltuariamente dai parroci e dai presidenti delle Opere Pie. E qui nascevano i problemi. Fino all’avvento dell’amministrazione socialista, che intraprese una politica sociale su larga scala a tutela di tutte le classi dei lavoratori15, la quasi totalità delle uscite inscritte in bilancio riguardavano opere pubbliche e spese generali legate alla manutenzione e all’ammodernamento delle strutture municipali. La compilazione dell’elenco delle persone che avrebbero beneficiato delle visite del medico condotto e della somministrazione dei farmaci a completo onere del comune veniva effettuata in modo che non si compromettesse la bilancia dei pagamenti e dei proventi, quindi con criteri di valutazione legati più alle reali disponibilità finanziarie del comune che alle necessità oggettive dei cittadini disagiati16. Per questo motivo l’elenco risultava essere troppo esiguo e finiva col comprendere solamente persone che erano ben al di sotto della soglia di povertà, praticamente nullatenenti. Ne rimanevano escluse le famiglie dei lavoratori, anche le più numerose, con gravi conseguenze sui già ristretti bilanci familiari. In un’epoca in cui la maggior parte dei salariati non aveva una copertura assicurativa la malattia prolungata del capo-famiglia significava un problema spesso insormontabile e ai parenti non rimaneva che sperare nell’aiuto degli istituti di beneficenza, le cosiddette Opere Pie.

2.2.1 Le Opere Pie e la rete di assistenza cittadina volontaria

In mancanza di uno stato sociale vero e proprio le Opere Pie ricoprivano un’importanza fondamentale nella società di allora perché rappresentavano l’unica realtà di effettiva assistenza ai bisognosi. Regolate dalla legge Crispi del 189017 che diede loro il riconoscimento di “Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza” e ne riconobbe la completa personalità giuridica, esse supplivano alle carenze dello stato in ambito sociale grazie alla generosità di cittadini privati. Le donazioni venivano effettuate a suffragio della propria anima (se credenti), o per spirito filantropico per ricordare il proprio nome e la propria memoria (se laici). Ad Erba erano quattro gli istituti di questo tipo: i tre asili infantili, Biraghi, Gianetti e Isacco e la Congregazione di Carità. Nel territorio limitrofo se ne potevano contare almeno una ventina. Gli asili accoglievano i bambini dell’età dai tre ai sei anni, privilegiando i figli delle famiglie più numerose e degli operai, per i quali l’assistenza era gratuita. Nel caso in cui vi fossero stati posti disponibili dopo l’ammissione dei poveri lo statuto prevedeva la possibilità di accogliere anche i figli delle famiglie più agiate dietro il pagamento di una retta stabilita dal consiglio di amministrazione. Oltre alle attività ricreative disposte dagli insegnanti il servizio prevedeva il pranzo a mezzogiorno e la merenda nel pomeriggio, nonché la fornitura della cancelleria necessaria alla didattica. L’opera svolta dagli asili fu quindi molto importante per le famiglie dei lavoratori e fondamentale per le categorie sociali più deboli e povere. Non meno significativa può essere giudicata l’attività della Congregazione di Carità, che si occupava prevalentemente di malati cronici con un interessamento particolare verso gli anziani. L’istituto provvedeva all’assegnazione di sussidi per quelle famiglie che, a causa dell’inabilità del padre o di chi provvedeva al sostentamento, faticavano a sopravvivere. La Congregazione si occupava inoltre del reintegro fisico del malato, disponendone il ricovero presso gli ospedali e assistendolo fino alla guarigione. Discorso analogo veniva effettuato in relazione alle gravi patologie di cui soffrivano gli anziani in quell’epoca. Anche in questi casi, quando le finanze lo permettevano, l’istituto si adoperava perché venissero ricoverati nelle case di cura più vicine con le quali spesso venivano stabilite delle convenzioni per ridurre gli oneri delle degenze. Accanto alle Opere Pie un altro ente sorto grazie agli sforzi della cittadinanza metteva la propria opera a disposizione degli erbesi: la Croce Verde. Nata nel 1912 in seno alla società ricreativa Eupili18, essa forniva un servizio di pronto soccorso alle vittime degli infortuni sul lavoro o degli incidenti stradali, acquistando col tempo il riconoscimento da parte di tutta la popolazione. Costituita completamente da volontari la Croce Verde poteva essere paragonata, con le limitazioni del caso, all’odierna Croce Rossa. Grazie ai contributi delle numerose sottoscrizioni e alla continua raccolta di fondi promossa dal suo consiglio amministrativo, nel corso degli anni successivi alla sua nascita poté stabilirsi in una sede propria debitamente attrezzata e divenire un simbolo della generosità della città.
Come è possibile osservare dalla descrizione di questi enti benefici Erba non rimase inerme di fronte alla scarsezza del contributo comunale in ambito sociale. Sia le Opere Pie che la Croce Verde, istituti rigidamente no profit, traevano il proprio sostentamento esclusivamente grazie alle offerte dei cittadini creando una sorta di sistema mutualistico sovvenzionato da privati. Nonostante gli sforzi di un’intera città, però, la situazione delle classi più deboli rimaneva critica. Il costo dei medicinali e delle visite del medico era spesso proibitivo per molte famiglie, specie quelle con una prole di cinque o sei bambini. L’inesistenza di una vera struttura sanitaria assistenziale si fece sentire soprattutto nei difficili anni del dopoguerra e fornì il tema di scontro politico più caro ai socialisti.

2.2.2 Il primo tentativo di riforma da parte dei liberali

Un primo tentativo di riforma della politica sociale venne già accennato dall’amministrazione “liberale” del sindaco Bassi nel gennaio del 1920, anche se i risultati furono piuttosto scadenti. Le continue proteste da parte della classe operaia e dei contadini contro la loro esclusione dall’elenco dei beneficiari dell’assistenza sanitaria gratuita (proteste opportunamente alimentate dalla propaganda socialista), convinsero la giunta di allora a prendere in considerazione la questione. Nella voce “beneficenza pubblica” inscritta nei bilanci dell’amministrazione Bassi comparivano i sussidi stanziati in favore della Croce Rossa, della Croce Verde locale, della Congregazione di Carità, degli asili e dell’Istituto Nazionale Orfani Militari19, tutti istituti di beneficenza cui il comune contribuiva in modo pressoché impercettibile, viste le donazione ben più ampie elargite dalla città. Accanto a queste somme figurava poi lo stanziamento previsto per l’assistenza sanitaria gratuita ai poveri, stanziamento che nei primi due anni del dopoguerra (1919-1920), era fissato in lire 1.000, in ragione di una popolazione “disagiata” calcolata in circa duecento persone20. Come già fatto osservare in precedenza l’intervento del comune in ambito sociale era del tutto insufficiente rispetto alle esigenze di una popolazione composta per lo più da famiglie di operai i cui salari non crescevano da anni. L’avanzare del movimento socialista, con i comizi e le conferenze aperte al pubblico organizzate appositamente, non faceva che alimentare la polemica contro un’amministrazione assolutamente impreparata a reagire a tante critiche. Di fronte al montare della protesta21 il Bassi e la sua giunta proposero un nuovo regolamento in materia assistenziale che però finì con l’inasprire ulteriormente i toni dello scontro. Alla compilazione dell’elenco dei poveri per l’anno 1920 vennero chiamati il medico condotto, il presidente della congregazione di carità e una rappresentanza popolare composta da sei persone, tra cui il parroco Don Castoldi22, con lo scopo di allargare la partecipazione alla commissione ad una parte della cittadinanza. Anziché aumentare lo stanziamento previsto in bilancio per le cure mediche e l’acquisto dei medicinali l’amministrazione decise di incrementare lo stipendio del medico condotto ( lire 5500 per i primi due anni, 6000 per i successivi più gli aumenti quadriennali23) andando poi a diminuire il tariffario delle prestazioni mediche. In questo modo veniva abbandonata la vecchia classificazione “poveri/non poveri” con l’inserimento di una nuova categoria intermedia denominata “dei meno abbienti”. Il nuovo regolamento prevedeva quindi l’assistenza24 totalmente gratuita per i “poveri” inseriti nell’elenco, medicinali a proprio carico e cure mediche a costo ridotto per i “meno abbienti” e nessuna agevolazione, ovviamente, per i benestanti. La situazione in realtà non cambiava che di pochissimo poiché la maggior parte della popolazione continuava a pagare a caro prezzo i medicinali mentre il costo delle prestazioni del medico rimaneva considerevole, come si deduce dalla seguente tabella.

Prezzo delle prestazioni mediche per la categoria intermedia25

Visite con ambulanza Lit. 2
Visite a domicilio (fino a n° 15) Lit. 3
Visite a domicilio (oltre a n° 15) Lit. 2
Visita a domicilio singola Lit. 15
Piccole operazioni Lit. 5
Operazioni più gravi Lit. 25
Visita d’urgenza di giorno Lit. 5
Visita di notte Lit. 10
Iniezioni Lit. 3
Consulto al medico curante Lit. 10
Ipodermoclisi Lit. 20
Paracentesi Lit. 25
Toracentesi Lit. 30
Estirpazione di denti in ambulatorio Lit. 2
Estirpazione di denti a domicilio Lit. 3
Esame chimico delle urine Lit. 5
Riduzione fratture semplici o lussazioni Lit. 25/50
Interventi ostetrici Lit. 30/50

I nuovi provvedimenti assunti dal comune non ottennero l’effetto sperato ed anzi convinsero i socialisti ad incrementare l’offensiva contro l’amministrazione in carica. Essi criticavano lo scarso interesse mostrato dalla giunta Bassi nei confronti delle classi più umili sulle quali il Giussani riponeva tutte le speranze per le imminenti elezioni. Nei mesi successivi l’entrata in vigore del nuovo regolamento la Casa del Popolo organizzò decine di convegni nei quali venivano messe in luce le contraddizioni emerse durante il mandato dei liberali e si esortava la cittadinanza a dare “un colpo di mano” che portasse idee nuove in municipio. Si insisteva soprattutto sull’improponibilità della riforma da poco attuata che lasciava gli operai nelle condizioni di dover pagare per la frattura di un arto l’equivalente di due o tre giornate di lavoro, senza contare le spese per i farmaci. Fin dalle prime battute i socialisti incentrarono la battaglia elettorale proprio sulla questione sociale, assicurando ai cittadini che una volta messo piede in consiglio comunale tutti gli erbesi avrebbero goduto di un sistema sanitario efficiente ed assolutamente equo.

2.3 Il clima elettorale alla vigilia delle elezioni amministrative

I mesi che precedettero le elezioni amministrative dell’ottobre del ’20 furono frenetici e concitati come mai era accaduto nella storia elettorale di Erba. Per la prima volta tutta la popolazione partecipava con interesse alla battaglia politica sotto gli impulsi dei due partiti di massa che si contendevano la vittoria. I socialisti rappresentavano ormai una realtà ben definita all’interno della città ed il livello di organizzazione raggiunto faceva temere il peggio anche al più ottimista degli oppositori. Sicuramente meno pianificata l’azione dei popolari, forti di un risultato eccellente alle politiche del ’19 ma decisamente impreparati a contenere l’offensiva “rossa”. La sezione del partito rimaneva l’unica struttura ufficialmente collegata alla formazione di Don Sturzo, troppo poco rispetto al minuzioso progetto degli avversari. Decisamente in ombra i componenti dell’amministrazione uscente, cui la rinuncia del Bassi ad una nuova candidatura aveva privato dell’unico elemento in grado di tener testa ai rivali. In pochi si ripresentarono alle elezioni e la lista liberale si riempì di nomi nuovi che stonavano con una formazione che aveva retto il comune per sei lunghi anni guadagnandosi la fiducia di gran parte dei cittadini.
Nel corso del 1920 la battaglia elettorale per le elezioni di ottobre rubò la scena agli avvenimenti più importanti dell’anno, cosicché anche la più piccola festa di paese divenne occasione per un acceso dibattito politico tra i contendenti. E’ vero che la situazione non degenerò mai in disordini o tafferugli ma le cosiddette “dispute di piazza” (come venivano chiamate dal liberale “Il Corriere delle Prealpi”) contribuirono a mantenere alta la tensione di un clima inverosimilmente surriscaldato. Dalle cronache dei periodici più diffusi di allora ( “La Provincia”, “Il Corriere delle Prealpi”, “Il Lavoratore Comasco”), traspare l’animosità di una cittadinanza che sembrava avere scoperto tutto d’un tratto il piacere del confronto politico. Comizi improvvisati si svolsero al termine delle assemblee organizzate dal comitato per la ferrovia Erba-Asso26 e da quello per la questione ospedaliera27 , candidati dei tre schieramenti parlarono alla grande manifestazione organizzata dalla Casa del Popolo per il primo maggio e all’inaugurazione della sezione locale dell’Associazione Nazionale Combattenti. Espliciti riferimenti politici emersero dai discorsi tenuti in occasione delle imponenti feste per l’apertura dell’aeroscalo di Erba, primo della provincia e uno dei pochi in Italia adibito esclusivamente all’aviazione civile28. Ogni occasione di ritrovo che richiamasse una discreta partecipazione pubblica era ritenuta idonea per “fare politica”. La cronaca dei dibattiti più accesi veniva poi riportata dettagliatamente dai giornali locali in articoli dove l’obiettività lasciava il posto alle ragioni di partito. Tra i corrispondenti stessi dei periodici più “schierati” nascevano interminabili polemiche che si prolungavano per settimane e alimentavano a loro volta nuove controversie fra i lettori. A partire dall’agosto le sezioni dei partiti inaugurarono l’apertura dei comizi pubblici. La maggior parte di questi avveniva nella piazza del mercato o in quella della stazione e richiamavano in genere un folto numero di interessati. In una decina di occasioni socialisti e popolari accettarono il “faccia a faccia” su temi particolarmente delicati come l’aborto, il divorzio, la scuola e la sanità. La miglior preparazione dei candidati socialisti, che spesso si avvalevano del supporto di esponenti inviati dalla sezione di Como, finì con lo smascherare le debolezze di un partito popolare troppo giovane per reggere il confronto. Tuttavia la vittoria più importante della campagna elettorale essi la ottennero ancora una volta in ambito sindacale, con l’affermazione della loro lega presso la Manifattura Trezzi. Questa grossa azienda tessile rappresentava il complesso industriale più importante di tutto il mandamento erbese, avendo alle proprio dipendenze ben settecento operai e una ventina tra impiegati e quadri dirigenziali. Fin dal 1919 la lega bianca (cattolica) e quella rossa (socialista) si erano fatte in quattro per assicurarsi il maggior numero di iscritti all’interno dello stabilimento e solo la maggior esperienza degli uomini di sinistra aveva strappato alla concorrenza più di due terzi tra tutti i dipendenti. La crisi economica che si abbatté sull’Italia nel dopoguerra non aveva risparmiato di certo un’industria serica già traballante ad inizio secolo e la maestranza della Trezzi dovette ben presto fare i conti con la difficile situazione che si era venuta a delineare: salari in ribasso e prospettive per il futuro ridotte al minimo. Dalle sorti dell’azienda dipendevano centinaia di famiglie, dal buon lavoro del sindacato dipendevano centinaia di voti. Negli ultimi mesi del 1919 la stampa “rossa” aveva dato grande risalto alle vittorie ottenute dai lavoratori piemontesi negli stabilimenti lanieri del Biellese, vittorie che avevano portato alla firma di un nuovo contratto tra padronato e operai. L’offensiva della lega tessile di Erba, opportunamente preparata dopo mesi di riunioni alla Casa del Popolo, fu lanciata nei primi giorni di gennaio del 192029 in apparente comunione con la rivale lega bianca. I rappresentanti socialisti reclamavano ai vertici della Trezzi l’equiparazione delle paghe orarie concesse ai lanieri del biellese con retroattività di cinque mesi: una richiesta pretenziosa che rischiava di far saltare tutto. Fortunatamente la maestranza aderì in blocco all’iniziativa e di fronte ai tentennamenti dell’amministrazione si mise in sciopero. Le trattative durarono più di un mese e terminarono con la firma di un contratto che rispettava nelle linee generali le pretese del sindacato rosso: il “Lavoratore” riportava nei suoi articoli dedicati ad Erba i momenti della trionfale vittoria socialista. Con toni più moderati anche i corrispondenti de “L’Ordine” plaudivano il risultato ottenuto non tralasciando di rivendicarne il merito alla lega cattolica. In realtà alle mediazioni tenute presso la sede della “Federazione Industriali Lanieri” fornì un contributo determinante l’opera preziosa svolta dall’ex deputato del collegio di Erba l’onorevole Venino30, chiamato appositamente dal sindaco Bassi per smuovere una situazione che si era fatta critica. Va riconosciuta invece ai socialisti la paternità dell’iniziativa e la fermezza dimostrata nell’avanzare le richieste contrattuali al padronato. Senza dubbio infine è da attribuire a questi ultimi la vittoria più importante: quella della propaganda. La lega rossa si appropriò del successo ottenuto e divenne un simbolo della tenacia e della forza del partito, enfatizzata dai giornali ed esaltata durante i comizi. Se non sarà da attribuire solamente a questa vicenda il trionfo dei socialisti alla amministrative del ’20, sicuramente essa fornì in campagna elettorale un punto di forza quantomeno importante e di sicuro impatto per tutto l’elettorato di sinistra.

2.3.1 Il programma amministrativo dei socialisti

Una delle critiche più feroci che veniva continuamente rivolta ai futuri nuovi amministratori dagli schieramenti liberali e cattolici di Erba era quella di prestare fede ad aspirazioni teoriche di carattere generale e di non tener conto dei problemi pratici della città. Nei comizi pre-elettorali il Giussani e i suoi correligionari avevano ammaliato la folla con discorsi che promettevano il miglioramento delle condizioni di vita delle classi meno abbienti ed in generale di tutta la popolazione, riequilibrio delle imposte tra le varie categorie di contribuenti, riassetto nel settore dell’assistenza grazie al principio moderno di un servizio pubblico coordinato da un unico ente municipale. Accanto a queste proposte se ne aggiunsero altre considerate ancor più utopistiche, come la soluzione del problema più spinoso del momento, quello della disoccupazione e del ribasso dei salari, la municipalizzazione dell’Azienda del gas30 e di quella fornitrice della corrente elettrica31. Le opposizioni rimarcavano il carattere prettamente “politico” del programma socialista, rivendicandone l’ inapplicabilità ad una realtà che esigeva al contrario interventi mirati, concreti e formalmente più semplici rispetto ai traguardi irrealizzabili sostenuti dai candidati rossi.
Le prime linee generali della programmazione socialista vennero discusse in gran segreto nella sezione del partito dal Giussani e dai suoi più stretti collaboratori che formularono una sorta di “manifesto” in cui vennero tracciati i punti cardini del progetto. Il programma vero e proprio fu presentato alla Casa del Popolo nel luglio del 1920, con largo anticipo rispetto a liberali e popolari. Fin dalle prime battute fu chiaro il carattere prettamente riformistico del progetto redatto dai dirigenti socialisti, progetto che prevedeva un maggior intervento del comune nella vita pubblica dei cittadina, soprattutto in quattro campi fondamentali:
1) assistenza
2) sistema tributario
3) municipalizzazione
4) mondo del lavoro
La politica assistenziale rappresentò il tema centrale del programma socialista e indubbiamente si dimostrò la vera arma vincente nella campagna elettorale. Si è già osservato come il contributo comunale in ambito sociale fosse insufficiente rispetto alle reali esigenze della popolazione e come un ruolo fondamentale in questo senso fosse ricoperto dagli istituti di beneficenza. Il progetto sostenuto dal Giussani prevedeva una partecipazione graduale del municipio all’interno del vecchio sistema assistenziale con lo scopo di realizzare il traguardo di una sorta di assessorato pubblico in grado di coordinare gli interventi comunali in questo settore. Per i primi due anni del mandato i socialisti avrebbero incrementato corposamente lo stanziamento relativo alla gratuità dei farmaci e delle cure mediche, allargando l’elenco dei beneficiari a tutte le famiglie di operai e lavoratori dipendenti in genere. In questo modo sarebbe stata soppressa la vecchia voce di bilancio intitolata “beneficenza ai poveri” con una nuova voce denominata semplicemente “assistenza sanitaria”. Nel secondo biennio l’amministrazione avrebbe annunciato la laicizzazione della Congregazione di Carità, l’esonero dei contadini dal pagamento delle spedalità, la somministrazione gratuita dei medicinali a tutti gli abitanti e l’inizio dello studio finalizzato alla municipalizzazione delle farmacie32. Tutte queste attività sarebbero state di competenza di un unico ente municipale direttamente dipendente dalla giunta con il preciso compito di ottimizzare il servizio pubblico offerto ai cittadini. In tema di assistenza si collocava inoltre un altro punto molto caro alle ideologie socialiste: la riforma del sistema scolastico. L’esiguo stanziamento che il comune destinava all’acquisto del materiale di cancelleria per i ragazzi più poveri (300 lire nel 192033) unito al monopolio del patronato scolastico (ente che si occupava dell’amministrazione della scuole pubbliche), costituivano realtà aspramente criticate dai socialisti. Il progetto di una scuola accessibile a tutte le categorie grazie ai contributi comunali prevedeva maggiori competenze del municipio in ambito di istruzione, con il conseguente superamento del patronato scolastico in tema di potere decisionale.
La politica tributaria dell’amministrazione socialista avrebbe avuto lo scopo principale di un riequilibrio delle imposte tra le varie categorie di contribuenti, cercando di far gravare gli aumenti su quelle più ricche. Le riforme sul piano assistenziale avrebbero comportato l’inevitabile introduzione di nuove tasse, ma il programma non specificava su quali imposte si dovesse soprattutto fare affidamento per incrementare le entrate municipali. I socialisti assicuravano tuttavia che nessun provvedimento finanziario avrebbe gravato sulle classi più deboli. La parte di programma che trattava la municipalizzazione di alcuni servizi è da considerarsi probabilmente più una proposta “rubata” ad altre amministrazioni comunali di città più importanti (Como in primo luogo) che un reale progetto amministrativo concepito da Giussani e compagni. In effetti non si comprende in quale modo i socialisti avrebbero potuto riscattare le società che gestivano la distribuzione del gas e dell’energia elettrica, trattandosi di investimenti che le finanze comunali non potevano permettersi. Inoltre la rete del gas che forniva Erba era stata chiusa nel 1917 a causa della guerra, e da quell’anno non era più stata riattivata. Rilevare l’azienda fornitrice avrebbe comportato forti spese di ristrutturazione del sistema di condutture con il conseguente sovraccarico delle uscite in bilancio. A tutto questo si aggiungeva la scarsità di proventi derivanti dalla gestione dell’acquedotto comunale, l’unico servizio municipalizzato della città. Su una popolazione complessiva di 4718 abitanti, solo 147 erano gli utenti collegati che pagavano un canone annuo e spesso le spese di manutenzione superavano i ricavi34: ciò non era certo di buon auspicio per un’eventuale allargamento delle proprietà comunali.
L’ultimo punto del programma socialista riguardava i futuri rapporti tra il comune ed i lavoratori, con particolare attenzione alla classe operaia. La proposta fu sostenuta soprattutto dai segretari delle leghe di mestiere che chiedevano la partecipazione dell’amministrazione comunale nelle attività svolte dalla locale Camera del Lavoro. Il progetto finale prevedeva l’istituzione di un apposito assessorato che coordinasse le iniziative di tutti quegli organismi che orbitavano intorno al mondo del lavoro. Inoltre venne inserita tra le priorità una campagna di sensibilizzazione della cittadinanza sul tema dell’assicurazione con lo scopo di estendere la copertura assicurativa a tutte le categorie di occupati.
Il giorno della presentazione del programma vide anche la presentazione ufficiale della lista elettorale del partito socialista per le amministrative di Erba. Tutti i sedici candidati, esclusi due impiegati, facevano parte della classe operaia e nessuno aveva mai ricoperto alcun ruolo nell’amministrazione comunale. Si trattava per la maggior parte di persone che avevano militato nelle leghe sindacali locali con modesti incarichi e che gravitavano nell’orbita del partito da poco più di due anni. Con la pubblicazione della lista i socialisti erbesi si preparavano ad affrontare la loro prima battaglia elettorale.

Lista I socialisti 35

Candidato Professione

  • Chiesa Gaetano fonditore
  • Chiesa Mario fabbro
  • Civati Angelo capo fonditore
  • Ghiotti Celestino postelefonico
  • Giussani Giuseppe muratore
  • Giussani Rodolfo tessitore
  • Mlinverno Biagio ferroviere
  • Mauri Achille falegname
  • Nava Carlo coltellinaio
  • Nava Zaverio scalpellino
  • Pontiggia Antonio impiegato
  • Ratti Carlo impiegato
  • Rigamonti Carlo fonditore
  • Testori Alessandro fonditore
  • Testori Pietro contadino
  • Tosetti Giuseppe meccanico


2.3.2 Le proposte di popolari e liberali

La diffusione del partito popolare nelle zone rurali all’infuori dei grandi nuclei urbani fu decisamente più lenta rispetto a quella del partito socialista che vantava un’esperienza ormai trentennale in questo campo36. Se è vero che prima del 1919 i cattolici avevano spesso superato il “non expedit” del Papa durante le campagne elettorali, sostenendo le formazioni democratiche e poi liberali, è altrettanto vero che la loro partecipazione politica si limitava alla fase pre-elettorale, impedendo al movimento di realizzare quelle strutture di aggregazione e propaganda tipiche dei partiti di massa. La nascita del partito popolare di Don Sturzo avrebbe ridefinito completamente lo schema della politica italiana, tuttavia nel 1920, a solo un anno dalla sua nascita, nonostante la grande affermazione nelle politiche del ’19, i popolari erano ancora in fase di costruzione del loro apparato organizzativo e, soprattutto nei piccoli comuni, il confronto con i socialisti era deficitario.
A Erba il partito di Don Sturzo aveva aperto una sezione ufficiale nella seconda metà del ’19 e gestiva uno spaccio di laneria e cotoneria che vendeva merci a prezzi di fabbrica. Per contrastare il dominio “rosso” in ambito sindacale nel gennaio del ’20 venne inaugurato in città l’ufficio dell’Unione del Lavoro di Como e del Circondario con lo scopo di assistere e coordinare le numerose leghe bianche che stavano nascendo nell’erbese. La stampa cattolica poteva contare nella provincia su due periodici largamente diffusi in tutto il territorio, “L’Ordine” e “La Vita del Popolo”, con quest’ultimo a rappresentare la corrente più intransigente del partito nei confronti degli altri movimenti politici. Tuttavia a testimonianza del ritardo dei popolari rispetto ai socialisti nelle zone rurali è sintomatico rilevare la scarsità di corrispondenze dalle periferie di Lecco e di Como che i due giornali proponevano ai propri lettori. La stessa città di Erba, alla guida di un mandamento tra i più popolati della provincia, non disponeva di un corrispondente che riportasse la cronaca politica locale sui due organi di stampa del partito. I popolari dovettero supplire non solo alla mancanza degli strumenti di propaganda più efficaci ma anche e soprattutto all’inesperienza dei propri militanti in materia elettorale. Se infatti nelle grandi città la struttura del partito era già solida e pronta a scendere in campo, nei comuni minori la classe dirigente faticava a trovare le persone adatte per la compilazione della liste. A Erba il problema persistette sino a quando il Bartesaghi, uno dei personaggi più esperti della vita comunale cittadina, decise di schierarsi con la formazione cattolica per tentare di arginare l’ascesa dei socialisti. Battista Bartesaghi era nell’amministrazione erbese da una vita. Dal 1906 si era seduto in consiglio comunale sia tra le file della maggioranza che in quelle dell’opposizione, fedele al movimento democratico-radicale fino al suo scioglimento.37 Nel biennio 1912-14 aveva ricoperto anche le funzioni di sindaco, a seguito delle dimissioni di Luigi Zappa38, ed era molto conosciuto in città grazie all’attività di commerciante nel negozio di legnami di famiglia. La sua esperienza permise ai popolari di recuperare terreno nei confronti dei socialisti e di realizzare una campagna elettorale che, seppur inferiore per mezzi e contenuti rispetto agli avversari, riuscì nell’intento di impedire il trionfo della lista rossa. Il programma elettorale coincise con quello pubblicato su “La Vita del Popolo” il 16 settembre 1920, diffuso dal coordinamento provinciale del partito e adottato dalla maggior parte delle sezioni.
Partito Popolare Italiano. Programma amministrativo per i comuni della provincia di Como.

- riforme: energica azione nei confronti dello stato per ottenere la riforma tributaria e l’autonomia comunale e provinciale.
- Voto popolare: istituzione di referendum popolari per la più importanti questioni.
- Sistemare le finanze comunali cominciando col reclamare che le spese pertinenti allo stato siano al medesimo addossate, e che i Comuni abbiano ad usufruire delle tasse che lo stato percepisce dagli stessi.
- Provvedimenti sociali: assecondare lo sviluppo delle sane forme cooperative, l’incremento della formazione tecnico-professionale, e aiutare ogni forma di assistenza, di difesa e di previdenza sociale. Combattere la disoccupazione, curando anche il proficuo collocamento della manodopera, con speciale riguardo ai reduci, ai mutilati e agli invalidi, ed agire per il rispetto dei patti di lavoro, facilitando, con l’istituzione dell’Assessorato ed Uffici di lavoro, la amichevole e pacifica risoluzione di ogni controversia sociale. Impedire ogni forma di avida speculazione nel commercio dei generi di prima necessità e di maggior consumo.
- Beneficenza: assicurare una saggia amministrazione delle Opere Pie, favorendo la rappresentanza delle classi povere nei consigli di amministrazione.
- Istruzione ed Educazione: assicurare alle famiglie la libera esplicazione dei loro sentimenti religiosi e morali, propugnando la libertà della scuola e contrastando il cammino al dilagare del vizio e dell’immoralità. Favorire l’istituzione del corso elementare completo, di scuole professionali, di assistenze scolastiche per l’incremento della cultura e dell’educazione.
- Igiene: favorire il sorgere di istituzioni per la lotta contro l’alcolismo e la tubercolosi, Ospedali Mandamentali, assistenza medica e farmaceutica alle famiglie povere.
- Opere pubbliche: sviluppare le opere di pubblica utilità (case popolari, reti tranviarie, telefoniche, servizi postali, manutenzione strade), in modo da far partecipi dei benefici del progresso moderno anche le più umili tra le classi popolari.

Anche la maggior parte dei candidati per il Partito Popolare, così come era avvenuto per i socialisti, proveniva dalla militanza nelle leghe di mestiere bianche. La sezione decise tuttavia di concedere al Bartesaghi la possibilità di “suggerire” qualche nome da inscrivere nella lista, e la sua scelta ricadde su due tra le persone che insieme a lui avevano intrapreso il lungo percorso all’interno del consiglio comunale quindici anni prima: Renato Gaffuri e Gaetano Bosisio. Si era quindi riformata all’interno del movimento cattolico una parte dell’ex partito democratico-radicale che con la formazione liberale si era alternata alla guida dell’amministrazione. La lunga esperienza accumulata in anni di vita municipale si farà sentire da subito nel contraddittorio con i rivali socialisti, e sarà proprio Battista Bartesaghi a guidare l’opposizione nell’aula consigliare.

Lista II popolari39

Candidato Professione

  • Bartesaghi Battista commerciante
  • Baruffini Luigi agricoltore-possidente
  • Bosisio Gaetano assicuratore
  • Casartelli Luigi proprietario officina metallurgica
  • Ciceri Emanuele impiegato
  • Corti Daniele albergatore
  • Corti Paolo possidente
  • Croci Enrico operaio
  • Gaffuti Renato possidente
  • Mauri Luigi commerciante
  • Pontiggia Tullio droghiere
  • Pozzoli Guglielmo professionista
  • Radice Giannino professionista
  • Rizzi Valerio negoziante
  • Ronchetti Francesco impiegato
  • Vaghi Ettore fonditore

La grave sconfitta subita dal partito liberale comasco nelle elezioni politiche del ’19 ne segnò il declino in tutta la provincia. Le associazioni liberali che avevano surclassato i radicali nelle elezioni del 1914, grazie soprattutto all’appoggio ottenuto dagli ambienti cattolici, si trovarono nell’immediato dopoguerra a concorrere per la prima volta autonomamente. La nascita del movimento di don Sturzo ne aveva infatti privato della componente popolare lasciando il vecchio partito liberale in una condizione di netta inferiorità rispetto agli avversari. Ad Erba la situazione si era ulteriormente aggravata dopo la lettera40 pubblicata sul “Corriere delle Prealpi” in cui l’allora sindaco Bassi chiariva di avere definitivamente rinunciato a ricandidarsi per le amministrative di ottobre. Alla sua defezione seguirono quella dell’ing. Carlo Radice Fossati e di Giuseppe Repossi41, entrambi consiglieri comunali di maggioranza nell’amministrazione Bassi e con quest’ultimo precursori del movimento liberale erbese. La sfiducia che regnava nella vecchia sezione che nel 1914 aveva portato una ventata di rinnovamento nella vita municipale di Erba fu solo parzialmente attenuata dalla conferma della volontà di concorrere per l’elezione del consiglio provinciale da parte di Luigi Zappa, figura molto nota in città tra gli ambienti liberali ed unica alternativa valida rimasta tra le file del partito. Non è stato possibile, come invece è accaduto per popolari e socialisti, ritrovare alcun documento che si riferisse al programma amministrativo sostenuto dall’associazione liberale di Erba e vi sono forti dubbi sul fatto che sia stato mai compilato. La certezza di dover partecipare ad una battaglia elettorale persa in partenza convinse probabilmente la dirigenza del movimento ad abbandonare i progetti costruttivi che ne avevano sancito la vittoria nel 1914 e a sostenere piuttosto una feroce campagna diffamatoria nei confronti degli avversari ed in particolare del partito socialista. Così scriveva “Il Corriere delle Prealpi” il 6 ottobre 1920 in merito alla scelta dei candidati socialisti per il consiglio provinciale nel mandamento di Erba: “…un maestro leninista e due altri bolscevichi che non hanno altro titolo per partecipare alla vita pubblica all’infuori della tessera rossa…”42 Le critiche più consistenti che i liberali rivolgevano ai socialisti non si limitavano infatti al carattere “prettamente classista” del loro programma ma si rivolgevano direttamente contro gli uomini designati per guidare il municipio. Al contrario il giornale rilevava l’esperienza e lo spessore morale dei candidati liberali rimarcando l’assoluta impreparazione della lista presentata dal Giussani. Questo scriveva il corrispondente erbese del periodico comasco per sottolineare le differenze tra i due schieramenti: “ …nella loro lista i liberali puntano su persone di riconosciuto valore intellettuale e morale che, per la cultura acquistata negli studi o per la pratica fatta nella pubblica amministrazione, e inoltre per onestà di carattere, danno garanzia di comprendere le necessità di questi tempi burrascosi e di affrontare, studiare e risolvere utilmente i molti problemi che le necessità o l’utilità della vita della città verranno suscitando…”43 In questo modo i liberali tentavano di screditare ulteriormente la lista presentata dai socialisti, all’interno della quale la maggioranza dei candidati apparteneva alla classe operaia. La lista liberale fu tuttavia presentata in netto ritardo rispetto agli avversari e, nonostante fosse quasi interamente composta da esponenti del ceto medio che godevano di una posizione di prestigio nel mondo del lavoro (in ogni caso migliore rispetto ai rivali socialisti), tra le sue fila non comparivano nomi in grado di poter competere con gli altri schieramenti . Questa la lista pubblicata dal “Corriere delle Prealpi” il 9 ottobre 1920:

Lista III Liberali

Candidato Professione

  • Civati Cesare contadino
  • Cavalieri Egidio meccanico
  • Corti Giacomo negoziante
  • Ferrario Giuseppe industriale
  • Mauri Angelo impiegato
  • Mauri rag. Luigi impiegato
  • Mauri rag. Piero professionista
  • Nessi Gaetano impiegato
  • Parravicini dottor. Bernardino impiegato
  • Pontiggia Giuseppe contadino
  • Pozzoli Filippo fumista
  • Radice Fossati ing. Carlo possidente
  • Rebay ing. Isidoro negoziante
  • Rivolta dottor Carlo agronomo
  • Valsecchi Sandro impiegato
  • Zappa ing. Luigi professionista


2.4 Le elezioni amministrative

Le elezioni amministrative del 1920 per la rinnovazione in tutta Italia dei consigli comunali e provinciali, che erano ancora quelli anteriori allo scoppio della Grande Guerra, costituirono le ultime elezioni in ambito locale prima dell’avvento del fascismo. Con l’instaurazione del regime scomparvero infatti i principali organi istituzionali di comuni e province e con essi la possibilità dei cittadini di scegliere i propri amministratori. Quelle elezioni segnarono sul territorio nazionale il punto più alto raggiunto dal P.S.I. dalla data della sua fondazione grazie ad un’Italia ormai governata dai socialisti in un quarto dei comuni e in più di un terzo delle province:

Con un corpo amministrativo ulteriormente allargato rispetto al 1914 grazie all’ammissione del suffragio universale (dal 26,8 al 33,1 per cento degli abitanti, pari a 6.354.757 iscritti) e pur sempre con la permanenza del sistema maggioritario, a differenza di quanto avviene nelle elezioni politiche con l’introduzione del proporzionale, il PSI riesce a portare propri rappresentanti alla guida di un grande numero di istituzioni locali. La progressione nella conquista delle istituzioni locali, pur considerando una conformazione amministrativa e una densità abitativa differenziate, è eclatante in alcune regioni come il Piemonte (un centinaio nel 1914 e 463 nel 1920), la Lombardia (rispettivamente 150 e 651), Veneto (da 31 a 220), Emilia (da 84 a 217), Toscana (da 12 a 154) e Umbria (da 5 a 54). I comuni “rossi” sono però una realtà ben individuabile e significativa anche nelle altre regioni centro-meridionali, e non soltanto nelle Puglie, come era accaduto nel 1914.44

L’accesso massiccio dei socialisti alla guida di comuni e province, determinato dalle elezioni di ottobre, costituì una delle più importanti cause della reazione delle classi dirigenti e delle violenze fasciste. L’inefficacia del partito popolare nelle zone rurali ma anche nei grandi agglomerati urbani, dove raramente si riuscì a costituire un’alleanza con gli ambienti costituzionali e liberali, determinò quasi ovunque la ricomposizione delle forze antisocialiste che da quel momento cominciarono a riguadagnare terreno rispetto agli avversari. Se infatti le amministrative del ’20 furono fortemente favorevoli al movimento socialista, che riuscì a smuovere la massa proletaria come mai era avvenuto nelle consultazioni precedenti, già le politiche del ’21 segnarono l’avanzata dei blocchi nazionali e l’inizio dell’inesorabile ascesa del fascismo.
Anche la provincia di Como seguì l’andamento generale del resto d’Italia e divenne con le ultime elezioni una delle roccaforti del P.S.I. in un’area delle regioni settentrionali tra le più evolute sul piano economico e sociale. La decisiva influenza del consenso al partito “rosso” nei principali e più popolosi centri urbani riuscì infatti a sopravanzare il voto ottenuto dalle liste concorrenziali nei comuni più piccoli. I socialisti confermarono il loro seguito elettorale conquistando i municipi di Como, di Varese e di molte altre cittadine, nonché il consiglio provinciale, dove ottennero una maggioranza di 33 consiglieri su 60. Un comune ogni cinque passò sotto la guida di un’amministrazione “rossa” e nel consiglio comunale del capoluogo ben 32 tra i 40 consiglieri erano rappresentanti del P.S.I.45
L’affermazione dei socialisti nel mandamento di Erba guadagnò la prima pagina de “Il Lavoratore Comasco”. Il periodico ufficiale del partito per la provincia lariana sottolineava l’incremento di mille voti ottenuto dal P.S.I. in quello che veniva considerato “…un covo di preti e clericali…” dando un forte risalto alla conquista del municipio di Erba da parte di Giussani e compagni.45 Le elezioni si svolsero senza incidenti durante tutta la giornata di domenica 10 ottobre e registrarono inaspettatamente un’affluenza alle urne alquanto scarsa. Nel seggio di Erba votarono 485 elettori su 812 iscritti, in quello di Incino 385 su 784. In totale votò poco più della metà degli aventi diritto (870 contro 1596)46. Il sistema elettorale premiava la lista che riceveva il maggior numero di preferenze con l’elezione in blocco dei suoi candidati mentre alla prima lista tra gli sconfitti veniva assegnata una rappresentanza piuttosto esigua che variava in base al numero dei componenti del consiglio. La vittoria del P.S.I. fu netta se si osserva il risultato ottenuto dalla lista “rossa” nel suo complesso, molto meno marcata invece risultò la differenza di voti tra i singoli candidati. Se è vero infatti che tutti i socialisti ottennero più di 300 voti (mentre solo quattro tra i popolari e nessuno tra i liberali superò questa soglia), è altrettanto vero che tra il Giussani (primo per il P.S.I) e il Bartesaghi (primo per il P.P.I.) vi fu la differenza minima di un solo voto.
Risultati opposti si ottennero per le elezioni provinciali nel mandamento erbese. I nomi proposti dai socialisti (Giussani Giuseppe, Frigerio Luigi, Mauri Renzo) erano poco conosciuti al di fuori del comune di residenza e certamente meno noti di quelli schierati da popolari e liberali. I primi proposero lo stesso Bartesaghi in unione con Abbondio Martinelli, i secondi risposero con l’unica arma vincente a loro disposizione, l’ing. Luigi Zappa. Le consultazioni videro la sconfitta dei candidati socialisti e l’elezione di tutti e tre i candidati dell’opposizione. A causa di questo risultato il mandamento di Erba si troverà presto in una situazione amministrativa quantomeno ambigua, essendo rappresentato in consiglio provinciale da rappresentanti popolari e liberali, mentre gran parte dei suoi comuni erano retti da maggioranze socialiste. Non avere un proprio rappresentante tra le fila dell’organo provinciale costerà caro alla giunta Giussani e lo stesso sindaco più volte lamenterà la superficialità con la quale l’argomento era stato trattato in campagna elettorale.

Elezioni amministrative Comune di Erba (10 ottobre 1920)47

Candidato Partito politico n° voti
Giussani Giuseppe socialista 362
Bartesaghi Battista popolare 361
Gaffuri Renato popolare 344
Civati Angelo socialista 342
Pontiggia Tullio popolare 339
Nava Carlo socialista 333
Pontiggia Antonio socialista 329
Malinverno Biagio socialista 328
Ratti Carlo socialista 328
Chiesa Mario socialista 328
Nava Zaverio socialista 327
Ghiotti Celestino socialista 326
Testori Alessandro socialista 325
Testori Pietro socialista 325
Tosetti Giuseppe socialista 324
Rigamonti Carlo socialista 323
Chiesa Gaetano socialista 323
Mauri Achille socialista 319
Giussani Rodolfo socialista 315
Bosisio Gaetano popolare 297
Elezioni provinciali per il mandamento di Erba

Candidati Partito Nel mandamento A Erba
Bartesaghi popolare 3074 460
Martinelli popolare 3013 420
Zappa liberale 3123 495
Frigerio socialista 2710 379
Giussani socialista 2633 374
Mauri socialista 2609 347