Regione Lombardia

La toponomastica cittadina dall'800 ai giorni nostri

Ultima modifica 4 aprile 2019

PREMESSA

Quando si è partiti con il progetto di uno studio sulla toponomastica della città di Erba, lo scopo era quello di fornire un panorama il più completo possibile sull’origine e sull’evoluzione della denominazione di vie, strade e luoghi, attraverso la storia dell’amministrazione comunale degli ultimi duecento anni e le sue scelte (perché l’intitolazione a un determinato personaggio o a un fatto storico, le vicende politiche, ecc.). Ma una ricerca simile si è rivelata come un sistema di “scatole cinesi”. Al di là del fatto che già per le vie attuali non è stato possibile ricostruire in maniera completa il perché di una certa denominazione o quando sia stata adottata o ancora chi è con precisione il personaggio o la data o il luogo indicati, si è constatato che, quasi sempre, dietro un nome attuale c’è un altro nome in un’altra epoca storica e prima ancora un altro e, risalendo ancora più indietro, non esistevano i nomi delle vie ma solo l’indicazione di frazioni, contrade, cascine, alcuni dei quali ormai scomparsi col tempo.

Di fronte a questa ‘scoperta’ si è posta la questione sul punto fino al quale spingersi; se, cioè, dar vita a una ricerca ‘enciclopedica’ e completa sulla toponomastica locale o limitarsi a quanto è a disposizione nell’archivio comunale.
La scelta più di buon senso è sembrata la seconda, vuoi perché non ci si inventa ‘storici’ da un momento all’altro (e una ricerca siffatta richiede certamente disponibilità di tempo e competenze di persone più esperte e preparate), vuoi perché il ruolo che spetta all’archivista comunale è forse ‘solo’ quello di far conoscere un aspetto, seppur importante, ma necessariamente parziale della vita locale (non disdegnando, come nel presente caso, la consultazione di alcuni testi specifici o di internet). Da queste riflessioni nasce, dunque, un mini studio non definitivo, in divenire, aperto a contributi, segnalazioni, arricchimenti (ed eventualmente correzioni) da parte di tutti.

CENNI STORICI
L’indirizzo, inteso in senso attuale, è un’invenzione relativamente moderna: nelle principali città della Lombardia esso compare nella seconda metà del ‘700 (a Como la sua introduzione è del 1788). A Erba, di un sistematico progetto di denominazione delle vie comunali si può cominciare a parlare dopo la costituzione del comune di Erba-Incino all’inizio del ‘900. Prima di questa data, solo le strade principali dei comuni del Pian d’Erba possono ‘onorarsi’ di essere intitolate a un personaggio (quasi sempre uno della Casa Savoia). Per il resto, anche agli atti ufficiali del Comune non compare quasi mai la dicitura ‘via’, ma per identificare una strada o un luogo si fa sempre riferimento a un’indicazione geografica (nome della frazione oppure edifici importanti oppure fiumi, torrenti, ecc.) o a toponimi locali. Ancora all’epoca del 6° Censimento Generale nel 1921, la quasi totalità delle strade non ha un nome preciso, ma si ricorre quasi sempre all’indicazione della frazione per definire l’ubicazione di un edificio.
Nell’800, in particolare nella prima metà, le strade sono poche e ben individuabili. Le principali direttrici sono la strada che collega Como e Lecco (Regia Strada Como-Lecco nel 1835, successivamente la vecchia Provinciale, attualmente corso XXV Aprile, corso Bartesaghi, ecc.) e la Vallassina per Canzo e Asso (Regia Strada Provinciale Nuova di Vallassina nel 1835) e per ogni comune le strade che collegano con i comuni limitrofi (Crevenna con Erba e Lezza, Parravicino con Buccinigo, Erba con Incino, Arcellasco con Incino e Cassina Mariaga) e con le proprie frazioni. A Parravicino (indicato a quel tempo come comune di Parravicino con Pomerio ed uniti), nella prima metà dell’800 la strada principale, che univa con Erba, è indicata come strada comunale detta la Milanese (corrispondente all’attuale via Cantù).
All’interno dei centri abitati i punti di riferimento sono soprattutto i luoghi in cui si svolge la vita pubblica della collettività: le parrocchie, le case comunali, le osterie (ne troviamo citate una a Parravicino, una alla Malpensata, una a Pontenuovo, verso il confine con Merone, queste ultime due in corrispondenza di altrettanti ponti sul Lambro), i lavatoi, i cimiteri. Riguardo a questi, la loro influenza sulla viaria cittadina è dimostrata da come cambia quest’ultima quando viene soppresso un vecchio cimitero e ne viene istituito un altro. Così troviamo che fino al 1820 circa l’attuale cimitero Biraghi fungeva da cimitero comune delle collettività di Villincino, Erba e Mevate; quando questo si dimostra insufficiente, si decide la sua chiusura (se ne deciderà la riapertura come cimitero privato intorno al 1870) e la costruzione di due nuovi cimiteri, uno a San Maurizio (alla confluenza delle attuali vie San Maurizio e Monte Bollettone), uno per la prepositurale di Incino, nel luogo dove sorge la caserma della Finanza (ex Casa del Fascio) nell’attuale piazza Matteotti, con l’apertura della strada al Cimitero o ai Morti (ora via Leopardi). All’inizio del ‘900, dopo l’unificazione dei comuni di Erba e Incino, c’è bisogno di un cimitero più grande e si progetta la costruzione dell’attuale Cimitero Maggiore, che comporterà nel 1926 l’apertura di una nuova strada, poi intitolata a Cesare Battisti.
Altro elemento rilevante per identificare le strade sono le proprietà e i fondi dei vari possidenti terrieri. Nel 1835, per indicare un tronco di strada da sottoporre a manutenzione, negli atti comunali si trova questa descrizione: “…tronco di strada nell’interno di Parravicino che incomincia alla strada Milanese di contro al caseggiato dell’osteria e termina all’angolo di mezzodì e ponente del giardino del Sig. Conte Parravicini…”. Che l’elemento in questione abbia rilevanza assoluta sull’evoluzione viaria dei comuni, lo si evince anche dalle questioni e dai contenziosi che nascono quasi sempre ogniqualvolta si costruisce una strada o se ne rettifica il suo tracciato, andando ad attraversare i vari fondi appartenenti all’uno o all’altro possidente, esponenti della nobiltà del tempo. Ne abbiamo un esempio nel carteggio che riguarda l’apertura della strada da Boccogna alla Villa Amalia e quindi a Crevenna (che dovrebbe corrispondere alle attuali vie Bassi e Foscolo), a partire dal 1816, nel quale il sig. Leopoldo Valaperta, proprietario terriero e di filatoi e deputato comunale egli stesso, accusa la deputazione comunale di assecondare esclusivamente il desiderio del conte Marliani, proprietario di Villa Amalia, di volere una comoda strada di accesso alla sua famosa proprietà, attraversando un fondo del Valaperta stesso, senza un reale vantaggio per la collettività.
Altro elemento caratteristico del paesaggio è la notevole presenza di corsi d’acqua, che, se da un lato pone problemi in caso di piogge abbondanti, dall’altro fornisce la possibilità di sfruttamento di tale risorsa in favore delle necessità e dell’economia locali. Sorgono così numerosi lavatoi e fontane, diversi sono i filatoi della seta (Clerici e Mambretti a Crevenna, Valaperta a Mevate, Coizet (il fabbricato delle vecchie scuole medie di via Majnoni recentemente demolito, acquistato dal comune nel 1886), della Resega ad Arcellasco, dove più tardi sorgerà l’opificio Appenzeller e attualmente c’è l’edificio delle Scuole Elementari) e i mulini (in particolare nella zona di Arcellasco, Cassina Mariaga, il Molino del Piano a Mevate o i molini di Campolasso a Parravicino).
Da una lettera del 1853 del nobile Don Antonio Salazar: “…Quella roggia Lambroncio giunta da Crevenna al termine del caseggiato, e Filatoio di seta Clerici-Mambretti, attraversa per una tratta sotto lo stradone da Como a Lecco, e viceversa, e si avanza in un vecchio cavetto alquanto tortuoso, e per lunga tratta nella vigna di ragione del Sig. Don Girolamo Majnoni, indi sbocca in aperto concavo selciato dividente la Piazza della Chiesa Prepositurale di Vill’Incino, e due caseggiati civili Majnoni, e percorre di là la comunale ampia, e ben selciata strada, tocca per altra tratta, e lambe il muro del filatoio Coizet, e Prina, e riprende il resto del tronco di eguale suddetta strada, che mette in Incino, facente un solo comune con Vill’Incino, abitato da pochissimi, e con mercato…”.
Discorso a parte meriterebbe la Piazza Mercato di Incino, centro geografico e vero fulcro dell’economia locale. La piazza, con quella attigua della chiesa di Sant’Eufemia, ha praticamente conservato intatta la sua struttura nel corso degli ultimi due secoli. I suoi collegamenti sono stati, fin dall’inizio dell’800, quello con la vecchia provinciale Como-Lecco (strada della Molgora o Molghera, l’attuale via Volta (o via Fiume?)), quello con Villincino (l’attuale via Diaz), quello con Piazza della Rovere, nell’omonima frazione (l’attuale via Cadorna), quello verso il Pradelmatto (via Licinio), la via delle Fontane, verso la Sassonia e Pontenuovo (via San Rocco), all’imbocco della quale sorgevano due lavatoi. Successivamente venne aperta la strada di collegamento alla stazione ferroviaria (via Scalo Merci, ora via Mazzini) e, solo intorno al 1960, il collegamento con la nuova provinciale Como-Lecco (via Turati).
Al di fuori dei centri abitati, le strade sono soprattutto campestri che collegano il comune con le sue frazioni o con cascine e cascinali sparsi intorno nella campagna o sulle prime alture.
Non è da pensare, comunque, che la rete non certo fitta di strade non comportasse problemi per l’amministrazione comunale; anzi, la manutenzione delle strade risulta di gran lunga la voce di opere pubbliche con maggiore spesa, per l’acquisto della ghiaia necessaria per le opere di sistemazione annuali e per l’innaffiamento necessario nei mesi estivi. Allora, come adesso, se lo stato di una strada era tale da compromettere una normale circolazione, gruppi di cittadini (“comunisti”) rivolgevano le loro istanze e petizioni agli amministratori per ottenerne il ripristino.
Un avvenimento che ebbe sicuramente un’influenza rilevante sullo sviluppo delle comunità locali fu l’arrivo a Incino della ferrovia da Milano, inaugurata il 31 dicembre 1879. L’originaria stazione di Erba-Incino sorgeva rispetto all’attuale dall’altra parte della provinciale, più vicina a Piazza Mercato e comprendeva lo scalo merci e la stazione passeggeri. La ferrovia terminava la sua corsa nell’area compresa approssimativamente fra gli sbocchi delle attuali vie Mazzini e Fiume sul corso XXV Aprile; la via Fiume era stata chiusa a seguito della costruzione del piazzale della stazione: verrà riaperta nel 1929 per la necessità di creare un collegamento più immediato tra la piazza Mercato e la nuova stazione. Sorgevano, quindi, nuove opportunità (anche se le cronache dell’epoca raccontano di un’iniziale delusione rispetto alle aspettative), ma aumentavano anche le esigenze per far fronte ad un aumentato movimento veicolare, sia per chi doveva recarsi al mercato di Incino, sia per coloro che da Milano raggiungevano Erba, con le sue ville e i suoi alberghi, per trascorrervi periodi di villeggiatura. In una petizione indirizzata all’Amministrazione Provinciale nel 1882, promossa da Pietro Rosa, proprietario e gestore del famoso “Crotto Rosa”, in cui si reclama la necessità e l’urgenza della costruzione di una nuova strada di accesso a Erba superiore, si legge: “…Siccome poi il Comune di Erba è attraversato da una sola strada (la provinciale Como-Lecco) angusta ed in pessimo stato di manutenzione, per la quale devono transitare carri e carrozze in numero straordinario, massime dopo l’attivazione della ferrovia Milano-Erba, cosicché si ebbero a deplorare frequenti disgrazie, la nuova strada servirebbe di sfogo all’arteria principale tutelando maggiormente la sicurezza pubblica non solo, ma avrebbe anche il vantaggio di promuovere il commercio anche in Erba Superiore…”. Nel 1904 apprendiamo, riguardo alla provinciale Como-Lecco: “…sempre con pericolo della pubblica incolumità, essendo battuto da numerose fila di carri agricoli pigri e tardigradi nel dar libero transito ai veicoli ingombranti e giornalmente frequentato dai veicoli di pesanti carichi transitanti da Lecco alla stazione ferroviaria d’Incino per giornaliero carico e scarico di merci, i quali veicoli, frequentemente tanto di giorno che di notte e principalmente nella stagione invernale, sia colla disposizione del carico che col loro stanziamento sul molo stradale, arrecano impedimento alla circolazione ed alla materiale sicurezza del passaggio…”. Solo più tardi anche i comuni circostanti mostreranno di voler cogliere l’occasione, incrementando e migliorando i collegamenti stradali con il centro: è del 1909 l’inizio della costruzione della strada da Arcellasco alla stazione. Prima ancora che la strada fosse completata, nel 1915 ebbero il via i lavori per la costruzione della nuova stazione ferroviaria, a seguito del prolungamento della rete fino ad Asso.
Altro avvenimento che segna una svolta (forse la più importante nella storia locale) è l’unificazione dei comuni di Erba e Incino nel 1906. Nasce una comunità di quasi 5000 abitanti; cambiano le necessità anche a livello organizzativo per l’amministrazione comunale. Anche la toponomastica deve adeguarsi: per identificare una strada si rende sempre più indispensabile assegnarle un nome il più possibile fisso e immutabile nel tempo, non più legato a punti di riferimento locali, il più delle volte oramai inesistenti. A questo punto la toponomastica si fa quasi veicolo di conoscenza storica nel proporre fatti o personaggi appartenenti alla storia patria o a quella locale. Non manca un uso per così dire “propagandistico” della denominazione delle vie cittadine, che risente delle vicende della vita politica nazionale. Prendiamo, ad esempio, il caso dell’attuale Corso XXV Aprile, da sempre principale arteria cittadina. Identificata per tutto l’800 come Provinciale Como-Lecco, viene intitolata alla memoria di re Umberto I (assassinato a Monza nel 1900) nel comune di Incino; in seguito, dopo la nascita del comune di Erba-Incino nel 1906, il tratto dalla chiesa di S. Marta fino alla Malpensata viene intitolato a Vittorio Emanuele II (la denominazione di Umberto I resta alla via principale di Arcellasco, l’attuale via Marconi). Nel 1943, a seguito della fuga dei regnanti di Casa Savoia da Roma, le due vie vengono ridenominate rispettivamente “via Nazionale” e “Corso del Popolo”. Dopo la guerra, il colpo di spugna sulle memorie del passato regime determina il cambiamento nella denominazione attuale di Corso XXV Aprile (così come saranno cancellate altre denominazioni di chiaro richiamo fascista). Tale fenomeno non si esaurisce in quel momento storico, poiché anche negli anni seguenti e fino ai giorni nostri se ne possono riscontrare degli elementi.
La denominazione della maggior parte delle vie, così come le conosciamo adesso, è già definita alla fine degli anni ’20, quando si è completata l’unificazione nell’unico comune di Erba.